“De terzierio vallis Sancti Martini sunt ista. In primis casamentum de Mignanellis”
Il palazzo Fani Mignanelli sorge sull’antico Castellare dei Mignanelli, un complesso architettonico articolato, trasposizione del castello feudale all’interno della città, costituito da torri e abitazioni disposte intorno ad una corte e racchiuse da una cinta muraria. Il castellare era la residenza tipica delle consorterie, gruppi di famiglie nobili legate da vincoli di alleanza o parentela e i Mignanelli, di estrazione consolare, forse di origine francese, insieme ai Salimbeni, ai Malavolti e agli Ugurgieri, erano una delle più importanti casate medievali senesi.

Francesco Vanni, “Sena Vetus Civita Virginis”,
acquaforte dall’incisione di Pietro De Jode, il Vecchio,
del 1595 nella riproduzione di Lazzaro Bonaiuti, Firenze 1873
Dettaglio

Sono ancora leggibili le tre torri alto-medievali una di queste, riconosciuta come il “termine”, ossia punto d’incontro della ripartizione amministrativa, civile e militare, della città in terzieri, dal 1248 al 1344, cioè fino a che non venne costruita la torre del Palazzo Pubblico, ha custodito le campane del Comune di Siena
che scandivano i momenti più importanti dell’attività cittadina. Ancora oggi sul prospetto della torre che insieme ai palazzi prospicenti forma uno slargo su via dei Termini sono infisse le targhe marmoree con la rappresentazione del Terzo di San Martino e delle sei Contrade che lo compongono.
Il potere delle oligarchie mercantili e finanziarie, finì per trasformare radicalmente queste costruzioni: ai piani terreni si aprirono porte per botteghe e nei piani superiori le finestre per abitazioni. Questa trasformazione resta evidente nell’altra torre prospettante su via dei Termini, che presenta al piano terreno un grande vano arcuato ed al primo piano un’elegante trifora trecentesca.
Al processo di consolidamento sociale, politico ed economico della consorteria Mignanelli corrisponde l’evoluzione del complesso architettonico in vero e proprio palazzo con accorpamento delle torri e degli edifici preesistenti e alla loro unificazione tramite la realizzazione di una facciata unitaria con determinate
connotazioni linguistiche. Il tema dello scapitozzamento delle torri rientra in un più vasto quadro, che deve prendere in considerazione motivazioni di ordine statico e di sicurezza, di natura estetica o semplicemente perché considerate “fuori moda”. Un atteggiamento che nel XVIII secolo era diffuso nei confronti
delle preesistenze antiche. Dell’impianto trecentesco resta integro la parte superiore del prospetto laterale su vicolo di Pier Pettinaio, con un paramento in cotto, interrotto da rari ricorsi in pietra, poco visibile perché nascosto da un corpo di fabbrica più basso.
All’interno l’atrio e la scala, con partiture di archi e di quadri, sono di gusto tipicamente ottocentesco.
Al primo piano nella volta della sala è dipinto un affresco di scuola senese, riferibile alla metà del secolo XVI, raffigurante una delle storie di Alessandro Magno (incontro con il Sommo Sacerdote) la cui maniera ricorda i dipinti eseguiti dal senese Marco Pino nella Sala Paolina di Castel S.Angelo a Roma. Adiacente a questa sala altre stanze sono coperte da volte a vela lunettata su peducci rinascimentali. Le decorazioni pittoriche di queste volte sono riferibili al tardosecolo XIX.

Prospetto su via Banchi di Sopra

La facciata del palazzo dei Mignanelli su via Banchi di Sopra, con quelle dei palazzi Rinuccini e Tolomei, era una delle più monumentali della Siena duecentesca, anche se, rispetto ad esse, non presenta la ricchezza del costoso materiale di rivestimento in pietra calcarea (2).
Ogni sua forma medievale viene nascosta con una successiva ristrutturazione ottocentesca in linguaggio neoclassico. In quel periodo un notevole impulso al rinnovamento urbano fu dato dal terremoto che colpì Siena il 26 Maggio del 1798. È tuttora visibile in facciata la messa in opera di grosse catene con capochiave che fanno ipotizzare al consolidamento strutturale del palazzo. La riconfigurazione ottocentesca della facciata secondo il gusto dell’epoca vede il riordino in simmetria delle aperture, la partizione di finestre architravate e
marcadavanzale ai piani nobili e cornici più semplici ai piani superiori, il portale centrale ad arco in bugnato e la partizione verticale della facciata con bugnato angolare di cui rimangono le tracce.
Oggi il prospetto è caratterizzato da un paramento in laterizio faccia a vista che, nel tempo, si è così configurato probabilmente per interventi edilizi successivi o per mancanza di manutenzione. Ma è molto probabile che la facciata fosse interamente intonacata e dipinta e che solo in un secondo momento, si
sia tolto l’intonaco a scoprire le tracce della costruzione primitiva e si restaurano gli archi gotici senesi laterali dove anticamente si apriva la loggia, luogo di riunione dei consoli del Placito.
Torrini nei primi del ‘900 nella sua Guida di Siena la descrive così: “Movendo dalla Croce del Travaglio, per via Cavour, già de’ Banchi di sopra, è da rammentarsi il palazzo dei Mignanelli, ora trasformato, che servi un tempo da palazzo del pubblico, innanzi che il Comune avesse costruito il proprio. Oggi poche tracce ne ricordano l’antico disegno. Nell’interno ha dipinti del Beccafumi. L’antica casa Pavolini, di sopra, ha dipinti del Salimbeni.“(3)
A testimonianza della presistenza dell’intonaco sono le scalpellature d
ei mattoni per aumentare l’aderenza del primo strato d’intonaco alla facciata e le profonde fughe incise nel paramento murario per ricavare l’aggetto del bugnato, secondo una pratica abbastanza comune a Siena che permetteva spessori di intonaco molto sottili.
L’attuale aspetto della facciata è da considerarsi oramai storicizzato e conserva le tracce delle antiche bucature, come testimonianza della complessa sovrapposizione di interventi che si sono susseguiti nel tempo e che hanno ridisegnato la facciata.
È da rilevare la presenza di una finta finestra dipinta a tromple l’oeil all’ultimo piano sull’angolo a destra. Il motivo della sua realizzazione è riconducibile al ridisegno della facciata senza però compromettere la struttura con l’apertura di una vera e propria bucatura nella zona cantonale. Si tratta di una finestra a due ante divise a tre luci da listelli di legno e un piccola ringhiera ad aste verticali.
A Siena questa pratica cominciò a godere di particolare fortuna nel ‘700 (cioè quando si iniziò a costruire “alla moda”), per poi proseguire nel XIX secolo e nei primi decenni del XX. (4)
Attualmente la facciata è soggetta a fenomeni di degrado soprattutto degli apparati decorativi fissi come cornici di finestre e fasce marcadavanzale.
In particolare nella facciata principale su via Banchi di Sopra queste sono soggette ad un forte degrado con effetti di decoesione e rischio di distacco. Nel tempo si è provveduto all’asportazione degli elementi non coesi che potevano risultare pericolosi facendo emergere in molti punti la struttura in mattoni per le parti più aggettanti o i chiodi di ancoraggio. Nel caso di una delle due fasce marcadavanzale la totale asportazione non permette di riconoscerne più la sagomatura originaria. Sono stati eliminati anche tutti i serramenti d’oscuramento esterni.
Non si rileva la presenza di evidenti lesioni nelle tessiture murarie, tranne che in due punti. Si rilevano invece in maniera diffusa stilature dei giunti di alletamento dei mattoni, integrazione e ricostruzione della tessitura muraria con malte non idonee soggette al distaccamento e di colore grigiastro.

Prospetto su via dei Termini

Su via dei Termini il prospetto non presenta un aspetto unitario come su Banchi di Sopra, ma è scandito da un sistema di facciate che compongono il complesso e articolato sistema architettonico che ha avuto origine dal Castellare duecentesco. Tra i due corpi verticali delle antiche torri in pietra si sviluppa la facciata in mattoni con tracce di intonaco, e ai lati estremi, da una parte, il corpo di fabbrica più basso su via Pier Pettinaio e dall’altra la fascia verticale a chiusura del vicoletto chiamato dal Fantastici Chiasso Lungo che da dove oggi è un portone dall’arco ogivale (n. c. 14) passando dalla corte del Palazzo Bichi Borghesi, usciva in Banchi di Sopra tra il Palazzo Fani Mignanelli e la Torre dell’Arte della Lana nei pressi della Croce del Travaglio.
Da sinistra la casa-torre è caratterizzata dall’elegante trifora trecentesca e presenta un paramento in pietra interrotto poco più sopra. Fatto salvo per alcuni conci in pietra posti ad angolo, la torre prosegue in mattoni faccia a vista fino all’altezza del volume di facciata. I mattoni sono presenti anche in corrispondenza della bucatura al primo piano e mascherati da un sottile intonaco e velatura biancastra.
La torre più a destra detta “del Termine” nota per aver custodito la campana grossa e la squilla del comune al tempo di Ghalgano Grosso da Pisa podestà, presenta un paramento in pietra da torre ben conservato e poco sotto la finestra al primo piano sono posti gli stemmi delle Contrade del Terzo di S. Martino (Civetta, Leocorno, Torre, Nicchio e Valdimontone). Un’altro stemma, quello della famiglia Piccolomini che acquistò e poi rivende la proprietà ai Mignanelli è posizionato nella parte centrale del prospetto.
Leggendo il prospetto da sinistra, il volume basso su via Pier Pettinario presenta un’ampia fascia intonacata e la parte centrale tra le due torri in mattoni conserva ancora le tracce dell’intonaco giallo con fasce marcadavanzale grigio scuro, quasi nero (finta pietra serena). Il colore giallastro, molto diffuso a Siena, era ottenuto con pigmenti di origine minerale provenienti dal Monte Amiata come la terra di Siena Naturale probabilmente utilizzata in facciata. Gli intonaci senesi erano spesso di scarsa qualità a causa dell’inerte quasi sempre derivante da arenarie grossolane di origine locale piuttosto tenere e caratterizzate da un color nocciola, e a causa di una esecuzione che, contrariamente alla regola d’arte, si caratterizzano per soli uno o due strati molto sottili.

Prospetto su vicolo Pier Pettinaio

Il vicolo è dedicato al beato Piero o Pietro Tecelano, chiamato Pier Pettinaio, che, secondo la tradizione, ebbe nel vicolo la sua bottega di fabbricante di pettini. Già nello “Stradario” del Fantastici (1798) il vicolo si chiamava “del Lucherino” nome probabilmente derivante da una locanda che per insegna aveva l’uccellino di colore giallo-verdastro striato di nero. Prima ancora, era detto Vicolo del Giudeo o dell‘Ebreo e, più anticamente, Vicolo della Calcina, per la presenza di laboratori artigiani per la concia delle pelli tramite immersione in latte di calce che poi venivano confezionate dai sartori di Strada di Pellicceria, l’antica denominazione del Corso (Banchi di Sopra). Tutti questi toponimi dichiarano la vocazione prettamente commerciale della vicolo che insieme a Banchi di Sopra nel tratto da Piazza Tolomei alla Croce del Travaglio, era il centro dove nel Trecento le arti nobili avevano i propri banchi di vendita e dove potenti famiglie di illustre e nobile discendenza, abbandonata la campagna per divenire membri di consorterie mercantili, avevano eretto i loro casamenti con alte torri, logge e castellari. È probabile quindi che il volume addossato al corpo originario dell’antico castellare sia il risultato di una trasformazione nel tempo delle attività artigianali che si affacciavano in questa via in vero e proprio edificio con botteghe al piano terra e abitazioni al piano superiore. Il secondo piano di parte del volume può essere stata una superfetazione avvenuta in un secondo momento le cui falde del tetto interrompono le finestre al terzo piano e alcune delle quali nascoste dietro a lucernai, sono sormontate dalle tracce di mattoni posti a timpano per formare la cornice decorativa in rilievo secondo il gusto neoclassico.
La porzione superiore della facciata, arretrata e poco visibile dalla strada, svela in parte l’antico suo aspetto composto dai due corpi laterali delle torri di cui ri-mane integro solo il paramento in pietra di quella a sinistra e al centro la faccia-ta in mattoni interrotti appena sotto la gronda da due corsi di pietra da torre.
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